C’È UNA VITA CHE NON HO FATTO | Milo Serra
Ci sono vite che non abbiamo vissuto e che, qualche volta, tornano a bussare piano. Strade non percorse, treni lasciati andare, parole rimaste sulla bocca, persone che avremmo potuto amare. C’è una vita che non ho fatto è un viaggio dentro ciò che siamo diventati e dentro tutto ciò che avremmo potuto essere. Non è una canzone sul rimpianto, ma sul tempo, sulle scelte e sulla difficile tenerezza di accettare la propria storia. Perché vivere non significa aver scelto sempre la strada giusta: significa imparare a portare con sé anche le strade lasciate indietro. E continuare, finché questa vita ha ancora qualcosa da sorprenderci.
Crediti
Titolo: C’è una vita che non ho fatto
Interprete: Milo Serra
Testo: uDani
Musiche: Luigi Negri
Registrato presso Laboratorio Musicale Lunarìa
Produzione e pubblicazione: Voci di Luna – Canale Ufficiale
© 2026 Voci di Luna. Tutti i diritti riservati.
Testo:
C’è una vita che non ho fatto
che ogni tanto ritorna a cercarmi,
ha il mio passo, però più distratto,
ha altri posti dove ricordarmi.
Porta il viso che avrei indossato
se quel giorno avessi detto di sì,
sa il mio nome, ma l’ha pronunciato
in un mondo che è morto così.
Sa le strade che non ho percorso,
tiene chiavi di case mai avute,
sa di un treno perduto di corsa,
di partenze rimaste sedute.
Ha fotografie senza il mio nome,
domeniche mai diventate,
e conserva chissà dove e come
le parole che ho solo pensate.
Io la incontro soltanto se è tardi,
quando il mondo si abbassa la voce,
lei si siede dall’altra mia parte
e mi guarda.
E quel guardarmi mi cuoce.
Poi mi domanda: «Sei stato felice?»
E la stanza diventa più grande.
Io vorrei risponderle: «A volte»,
ma “a volte” non basta alle domande.
Perché vivere non è scegliere bene,
né salvarsi evitando il dolore,
è imparare a portarsi le assenze
senza farne una colpa al cuore.
C’è una donna che non ho incontrato,
forse ride mentre apparecchia,
forse avrebbe il mio fiato imparato
e una ruga vicino all’orecchio.
C’è una stanza, una luce sul mare,
una tenda che il vento solleva,
c’è qualcuno che avrei potuto amare
mentre il tempo, passando, taceva.
C’è un bambino che forse mi somiglia
in un tempo che non si è avverato,
con le mani aggrappate a una figlia
di un destino che non mi ha aspettato.
C’è una mano rimasta sospesa,
una spalla che non l’ha sentita,
c’è una porta che avevo socchiusa
e richiusa per tutta la vita.
E mi domanda: «Sei stato felice?»
Come fosse una cosa importante.
Io le dico: «Non sempre. Ma ho avuto
qualche istante che vale abbastanza».
Perché vivere non è arrivare,
non è avere ragione alla fine,
è riuscire ogni tanto a restare
quando tutto ci chiede di fuggire.
Ma la vita non torna indietro,
non conosce il condizionale,
non domanda se eri pronto davvero,
non distingue il bene dal male.
Prende il poco che le consegni,
anche il rotto, l’inutile, il perso,
poi ti lascia due o tre cicatrici
per provare che l’hai attraversata.
Allora spengo l’ultima luce,
lascio andare chi non sono stato.
Lui si alza, non dice una voce,
fa due passi nel buio passato.
Sulla porta si volta un istante,
ha i miei occhi, ma un altro destino.
Poi sorride — distante, elegante —
come chi sa che è finito il cammino.
E domani avrò le stesse mani,
qualche errore che ancora mi aspetta,
certi nomi rimasti lontani,
una vita incompleta, imperfetta.
Ma sarà questa.
Non quella sognata.
Non quella che avrei potuto avere.
Questa vita che ancora mi accade,
questa vita che posso vivere.
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